Edith Bruck incontra gli studenti del “Galilei”

Mercoledì 4 Maggio, gli studenti delle classi 4L e 5C del nostro liceo  si sono recati presso l’università di Macerata, Dipartimento di Studi Umanistici, accompagnati dai docenti Illuminati Fabrizio, Capodaglio Giuseppina, Curzi Fausto, per partecipare ad una conferenza con un’ospite d’eccezione, collegata on line da Roma, Edith Bruck, scrittrice internazionalmente  nota, già insignita dall’Ateneo maceratese di laurea honoris causa in Filologia moderna.

     Quest’ospite speciale, testimone attiva dell’Olocausto,  ci ha raccontato alcune sue esperienze all’interno dei campi di concentramento. Fin da subito, è riuscita a catturare l’attenzione di noi studenti, precisando che  “dove c’è da mangiare per tre ce n’è anche per quattro”, frase che esemplifica il modo poetico di narrare di colei che è sopravvissuta agli orrori della seconda guerra mondiale.

     Una donna che non si vergogna di raccontare le asperità della sua vita, mettendo in mostra la propria umiltà ed il proprio coraggio. Questi sono i due valori di cui la donna si serve per raccontare le “5 luci”, ossia  i cinque momenti significativi della sua vita che le conferirono abbastanza speranza per continuare a lottare contro il buio di Auschwitz: un “vai a destra” impostole da un soldato, un po’ di marmellata, un pettinino, un guanto bucato ed una pesante battuta nazista. 

    La prima luce è l’ ordine impartitole da un soldato che, a prima vista, sembrava essere solo una manifestazione di potere dell’uomo in divisa, ma più tardi si rivelò essere la svolta per cui la vita di Edith non fu stroncata ad una tenera età. La sinistra infatti l’avrebbe portata ai forni crematori, mentre girando a destra la nostra tredicenne venne obbligata ai lavori forzati e, a distanza di anni, la Bruck sembra ringraziare il soldato per averle concesso con quei lavori l’opportunità di sfuggire alla morte. Invece sua madre, non avendo avuto  scelta, si ritrovò ad essere una delle innumerevoli vittime delle camere a gas. Ma prima di spegnersi, con il suo rigore trasmise  alla figlia Edith la forza per sopravvivere e lei  ancora la ripensa, ogni sera e, sebbene non abbia figli, sembra vantare gli insegnamenti materni, affermando: “non dite ai vostri figli che sono i più belli, dite che tutti i bambini sono belli”. 

     La seconda, la terza e la quarta luce mettono in risalto l’ingenua ottica ottimista di una bambina che crede di aver trovato “la vita, la speranza, il tutto”, come dice l’autrice stessa, nel dono di un po’ di marmellata, di un pettinino e di un guanto bucato. Toccante il momento in cui Edith dice che, per quanto lei poteva saperne, quel guanto era l’unico di cui la sorvegliante disponeva. Le sue parole alludono ad un’ingenua speranza che in realtà cela un invito sempre valido: guardate il lato positivo e pensate al meglio! 

    L’ultima luce, forse la più importante, vede come due protagonisti la scrittrice ed un soldato nazista che, con un colpo, le ruppe l’orecchio accusandola di aver buttato dei giubbotti a terra. Edith, assieme ad altre ragazze, aveva dovuto trasportare pesanti giacche per svariati chilometri nella neve con la promessa di una doppia razione di zuppa. Ma quel corpo emaciato non ce la fece, così Bruck decise di liberarsi di alcune giacche. Ne risultò un effetto a cascata tra le detenute, un effetto che portò il nazista a colpire Edith che cadde a terra sanguinante. La vista di questo maltrattamento spinse la sorella della protagonista a saltare addosso all’uomo in divisa che, una volta liberatosene, si diresse dalla ragazza a terra e le allungò la mano dicendo:” Se una merdosa ebrea mette le mani addosso ad un tedesco, merita di sopravvivere se ce la fa”.   

     A sentire ciò, noi studenti abbiamo accolto la testimonianza di Edith Bruck in un imbarazzante silenzio, con la determinazione ad impegnarci per far sì che tutto ciò non si ripeta più e per fare tesoro delle parole della sopravvissuta ungherese, che ha ribadito come, indipendentemente dal colore della pelle o dalla religione, sia fondamentale riconoscersi umanamente come fratelli. Una delle domande che le abbiamo rivolto è stata: “Come possiamo far sì che il valore dei testimoni rimanga vivo ed eventualmente testimoniare anche noi?”. Edith ha risposto mettendo in primo piano l’importanza dell’informarsi per assicurarsi l’esattezza di ciò che si va a tramandare alle generazioni successive. Il nostro ruolo è fondamentale perché dobbiamo mantenere viva la memoria di chi ha combattuto e si è sacrificato per noi.

(Ijaz Kashf, 4L)

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